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Treviso: Il 17enne confessa l'omicidio dell'albanese, ma tace sul motivo

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Tre ore di interrogatorio, tanto è durata l'udienza di convalida del fermo del 17enne di Pieve del Grappa, accusato dell'omicidio dell'albanese Bledar Dedja 39enne abitante ad Asolo, ucciso dopo un rapporto omosessuale a pagamento. Il ragazzo ha confessato, senza tuttavia fornire al magistrato una motivazione. A giorni un nuovo interrogatorio chiesto dal difensore avvocato Elisa Berton al Pubblico Ministero Giovanni Parolin

Intanto una certezza, il minore ha ucciso Bledar Dedja 39enne albanese di professione giardiniere, sposato, padre di due figli, ma con un'evidente passione per i minorenni maschi. Il 20 gennaio è stato il 17enne a colpire con 20 colpi di un lungo coltello da cucina che ha poi gettato via assieme ai suoi abiti sporchi di sangue. Il ragazzo lo ha dichiarato lunedì 26 febbraio durante una movimentata udienza di convalida del fermo operato dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Treviso dopo un certosino lavoro investigativo.

Il Gip del Tribunale dei Minori ha deciso, fortunatamente di tenerlo in carcere, scongiurando così il pericolo di fuga, che se messo in una comunità rappresenterebbe un'opportunità come accaduto in diversi altri casi di minori rei di gravissimi delitti. L'udienza è durata tre ore, durante le quali sono stati ricostruiti i giorni precedenti all'omicidio, quando i due si scambiano messaggi per accordarsi e anche il giorno dell'omicidio quel 20 gennaio destinato a cambiare la vita dei due protagonisti per sempre, così come il 1 novembre 1975 cambiò i destini di Pier Paolo Pasolini e di Giuseppe Pelosi detto Pino, reo confesso dell'omicidio del grandissimo scrittore e regista friulano.

Il ragazzo seppur reo confesso non ha per ora fornito una sua motivazione e nemmeno il motivo per cui si era portato all'appuntamento il coltellaccio da cucina. Su questo si deciderà il processo e il peso degli anni di galera da scontare. Se prevarrà la tesi dell'omicidio a seguito di minacce ricattatorie da parte di Bledar che non voleva che il ragazzo interrompesse la relazione, la difesa potrà contare sulle attenuanti e vista la minore età, andare ben sotto la pena prevista per l'omicidio premeditato. Qualora emergesse un'altra verità processuale, ad esempio la tentata rapina finita nel sangue per la reazione dell'albanese, oppure un delitto solo per provare il gusto di uccidere la pena sarebbe ben più pesante, ma di gran lunga inferiore a quella che il ragazzo prenderebbe se la sua carta d'identità segnasse solo un anno di più e i 18 anni compiuti.

Secondo la Corte Costituzionale il minorenne imputabile non può mai essere condannato all'ergastolo in quanto questo tipo di pena è incompatibile con lo scopo rieducativo previsto per le sanzioni ai minorenni. Escluso l' ergastolo se un minorenne che ha compiuto 14 anni uccide una persona rischia la reclusione non inferiore ai 21 anni, non potendo appunto essere condannato alla detenzione perpetua.

Tuttavia, va tenuto conto di alcune circostanze che, molto probabilmente, indurranno il giudice del Tribunale dei Minori a rivedere a ribasso questa pena: innanzitutto, quasi sempre vengono concesse le attenuanti generiche, con riduzione della pena di un terzo; quando si tratta di minorenni imputabili, poi, il giudice deve sempre concedere uno sconto di pena alla fine è ragionevole pensare che se un minorenne uccide una persona rischia una pena di circa 14 anni di reclusione. Ciò non significa, però, che in casi particolarmente gravi la pena non possa essere maggiore.

Ad esempio, il Tribunale per i Minorenni di Napoli nel 2018, ha condannato un diciassettenne a diciotto anni di reclusione per un duplice omicidio. Paradossalmente, il minorenne omicida potrebbe perfino non finire in carcere grazie alla richiesta di messa alla prova. Di cosa si tratta? La messa alla prova è una procedura speciale che causa l' estinzione del reato qualora l'imputato dia prova di buona condotta. In pratica, la persona minorenne imputata di un qualsiasi reato può chiedere, all'udienza preliminare o in dibattimento, di essere affidato ai Servizi Sociali del Tribunale, affinché preparino per lui un percorso di riabilitazione.

Con la messa alla prova, il minore sceglie volontariamente di sottoporsi ad un periodo durante il quale svolge l'attività di pubblica utilità (ad esempio, volontariato presso qualche associazione, servizio civile, eccetera) oltre che attività che, secondo il Giudice e i Servizi Minorili, possono essergli di aiuto per il suo corretto sviluppo psicologico: si pensi ad un'attività sportiva o lavorativa, o anche alla semplice prosecuzione degli studi.

Decorso il periodo di sospensione (che non può superare i tre anni), se ritiene che la prova abbia dato esito positivo, il Giudice dichiara estinto il reato. Si badi, però, che la richiesta di messa alla prova potrebbe essere respinta dal Giudice, il quale non è tenuto a concederla se ritiene che sia inutile, considerata anche la gravità del reato commesso. Altra particolarità del processo presso il Tribunale dei Minori è l'impossibilità per i parenti di potersi costituire parte civile direttamente nell'udienza penale, essi possono solo costituirsi in un processo civile separato, chiedendo in questo modo i danni. Il ragazzo reo confesso sarà sentito nei prossimi giorni dal Pubblico Ministero Giovanni Parolin e solo dopo questo nuovo interrogatorio si potranno sapere i particolari, oltre ad intuire la linea difensiva dell'avvocato Elisa Berton, che per ora non si pronuncia.



Questo è un articolo pubblicato il 27-02-2024 alle 09:51 sul giornale del 27 febbraio 2024 - 56 letture






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